Fiumi d'acqua viva...
Regale abbandono
Venerdì Santo - Passione del Signore
(Is 52,13–53,12 Dal Sal 30(31) Eb 4,14-16.5,7-9 Gv 18,1–19,42)
Comincia in silenzio la liturgia del venerdì santo. Con i ministri sdraiati a terra, prostrati e adoranti. Polvere e silenzio sono necessari per poterci accostare al trono della croce e riconoscere in esso non un luogo di fatale sconfitta, ma un segno di misteriosa vittoria:
«Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente» (Is 52,13).
Sembra impossibile guardare un patibolo e contemplarlo come un palcoscenico di amore infinito e libero. Eppure la voce di Isaia è raggiunta e rilanciata anche da quella dell’autore della lettera agli Ebrei. Le due letture cospirano fino a creare una sinfonia di rivelazione assordante e irresistibile:
«[Cristo] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5,7).
Non si può non restare attoniti e sgomenti di fronte a queste parole. Esaudito? Come? In che modo Dio ascolta e — soprattutto — esaudisce le preghiere più sofferte e accorate? Gli interrogativi potrebbero diventare persino più drammatici e inquietanti: se il Padre non ha risparmiato la morte al suo Figlio, come si comporterà con noi quando gli offriremo ancora le nostre lacrime, quando grideremo a lui tutta la paura che resta? L’antica omelia sul valore del sacerdozio di Cristo getta altra luce sulla luminosa caligine di questo santo giorno:
«Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).
Mentre noi proviamo a cercare — in terra e in cielo — le motivazioni di tutte le cose che ci capitano e ci segnano, mentre facilmente sappiamo usare ancora la preghiera per tentare di manipolare la realtà a nostro favore, il destino del servo di Dio annuncia che siamo ascoltati meglio e più profondamente quando rinunciamo a modulare i nostri gemiti in funzione delle attese del cuore. La sua esperienza di paradossale gloria ci svela che la preghiera non serve per ottenere cose, ma per crescere in una imperdibile e imprendibile relazione con Dio. Giungendo al fondo della sua preghiera, il Signore Gesù non ha svelato i motivi del male e della sofferenza, ma è riuscito a diventare “causa” di salvezza. Il respiro della preghiera si compie proprio in questo orizzonte, quando smettiamo di rincorrere le motivazioni e accettiamo di diventare noi stessi la “causa” assente e attesa.
«Ecco l’uomo» (Gv 19,5)
pensato da sempre da Dio. Non quello terrestre, sempre così incline a mettersi in salvo e in disparte, ma quello celeste, capace di balzare fuori dalla tana delle paure per dare la sua vita agli altri. Così «è compiuto» (19,30) l’uomo. Non quando tutti i suoi bisogni sono soddisfatti, le sue necessità sono risolte, ma quando egli diventa capace di accettare il limite con così tanta regalità da poterlo attraversare e celebrare.
«Ho sete» (Gv 19,28).
Muore assetato il Figlio di Dio. Assetato di noi. L’aceto che gli viene offerto è vino incerto, adulterato. Si estingue così la sete di Dio, con quello che noi — di fatto — siamo: uomini e donne incerti, ancora incapaci di amore e fedeltà. Eppure, motivi sufficienti a Dio per morire contento di dirci che senza di noi la storia non è ancora salva. Per questo noi oggi baciamo la croce. Per poter abbracciare come un trono e come un talamo tutto il limite dal quale ancora stiamo fuggendo. Dopo averci ricordato che possiamo realmente essere presenti nella nostra storia, in questo giorno di gioia e dolore il triduo pasquale ci annuncia che possiamo re(g)almente abbandonarci all’avventura di essere umani fino in fondo. Come terra assetata, arida, deserta. Prossima a risorgere.