La preghiera cristiana - Aquila e Priscilla

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La preghiera cristiana

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La preghiera cristiana: interpretazioni riduttive e sua possibilità.
di Mons. Calogero Peri o.f.m. Capp. Vescovo di Caltagirone


1. Brucia e non si consuma
Accostarsi alla preghiera, non è mai eccessivo ribadirlo, è accostarsi contemporaneamente al mistero insondabile di Dio e a quello irrepetibile dell’uomo. Infatti, la preghiera, tentativo di dialogo tra l’uomo e Dio, vuole colmare quella distanza abissale che li separa per rendere presente, nelle parole, nei gesti, nel cuore di un singolo orante, o di un’intera comunità, la presenza di colui che riempie di sé tutte le cose, ma anche quella presenza che, né i cieli dei cieli, né tutta la terra possono contenere. Questa struttura paradossale del dialogo orante, ogni cristiano cerca di attuarla ed attualizzarla con il gesto apparentemente semplice di rivolgersi al suo Dio e di pensare che lo possa incontrare, gli possa parlare, e soprattutto che Dio abbia orecchie aperte per ascoltarlo e, principalmente, cuore aperto per accoglierlo. Alla preghiera che, quando è autentica, sappiamo si svolge e si consuma nel segreto dell’uomo e di Dio non è facile accostarsi e meno ancora parlarne. Nella preghiera, infatti, l’uomo trova la via che lo porta al suo essere, al suo segreto tesoro, ma nella preghiera trova ancora la via che lo conduce al mistero di Dio, che ha creato questo segreto per amore e che con amore continua a custodirlo e a seguirlo. La preghiera, come Dio stesso, che inizia, guida e conduce questo dialogo, è come il roveto ardente al quale Mosè, inizialmente per curiosità e semplicemente per vedere, si vuole accostare e al quale, invece, prono e scalzo, solo Dio può condurlo. La preghiera ancora è come questo roveto ardente che brucia e non si consuma, che brucia l’uomo e il suo peccato, che brucia il peccato senza consumare l’uomo peccatore, per questo è sempre un’esperienza viva, una fiamma ardente e purificatrice, che non si può raccontare senza averla vissuta e "patita". E se per caso e presuntuosamente si vuole raccontare come una cronaca, difficilmente di essa ne resta qualcosa. Ne è come della rugiada della notte o della nebbia del mattino, svaniscono appena spunta il sole. Del roveto ardente della preghiera, con cui dal rovo del mondo e dalle spine del peccato si eleva una fiamma verso Dio, quando non è più, non ne resta che polvere e cenere, per nulla rimando o indizio di quel che è stata. Con timore e tremore, appena in punta di piedi, ci ritroviamo, ancora una volta, a parlare di preghiera, con l’augurio che per tutti questo sia, prima o poi, più autentico pregare.

2. Acqua in cisterne screpolate
L’avere ricordato il fragile equilibrio su cui vive la preghiera, che rende il dialogo orante del cristiano tesoro prezioso in malconci vasi di creta, esige un impegno continuo di purificazione. La purificazione è opera di Dio, è opera dello stesso orante, è opera che viene da lontano e dall’altra sponda.
Sappiamo quanto sia esigente Dio, che non vuole essere raggiunto dalle nostre labbra, ma dal nostro cuore, che non vuole che ci convinciamo di essere ascoltati a forza di parole, che non vuole che preghiamo come gli altri. Basta ricordare quell’incipit del Signore Gesù sulla preghiera cristiana che precisa "dove", "come" e "quando" pregare: «Voi, invece, quando pregate, chiudete la porta, entrate nel segreto…». Basta ricordare come proprio gli apostoli, vissuti a più stretto contatto con il Signore e consapevoli di quel limite che segna ogni orante, quando la sua preghiera vuole raggiungere il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe e ancora di più il Dio di Gesù Cristo, sentirono l’urgenza di chiedergli, «Maestro insegnaci tu come pregare».
Ma il cristiano sa pure che deve impegnarsi a purificare prima il suo cuore e le sue labbra, i suoi pensieri e le sue intenzioni, perché la sua preghiera sia povera e meno indegna di Dio. Compito che mai finisce e mai finirà, perché ogni qual volta egli griderà: Padre! e al Padre, sentirà quanto è ancora indegno di pronunciare quella parola, perché ricorderà quando e come non si è comportato da figlio, non ne ha ascoltato la voce, non ne ha fatto la volontà, non ne ha seguito l’esempio. Sa, molto bene che, quando pregare o pensare di pregare, può correre il rischio di non pregare autenticamente e di non raggiungere il suo destinatario. Ancor prima di pregare, prega perché Dio gliene conceda la grazia, perché Dio gli apra le labbra e il cuore e gliele purifichi.
Ma per un momento vogliamo mettere da parte questa esigenza di purificazione per la preghiera cristiana, che viene dall’alto o che viene dallo stesso orante, e ascoltare la voce, la critica che viene da fuori, che viene da lontano, che viene da chi non crede, da chi pensa che non si possa e non si debba pregare, da chi pensa che non bisogna farlo per non illudersi di farlo, per non crearsi un fantomatico ascoltatore, per non ritrovarsi allo specchio a parlarsi addosso, o a parlare narcisisticamente e semplicemente a se stessi.

3. La verità vi farà liberi.
C’è un pregiudizio di cui è bene liberarsi in fretta. Il pregiudizio è credere che la verità non possa venire da tutte le parti, o che qualcuno non l’avrà mai, perché in compenso c’è sempre qualcuno che la possiede. Rispetto alle critiche che, sulla preghiera, vengono rivolte da quelli che noi sbrigativamente definiamo atei o lontani, bisogna stare attenti. A volte, forse in maniera provocatoria o insperata, ci viene offerta un’occasione in più per analizzare le nostre preghiere e analizzarci come oranti. Giacché non abbiamo l’intento né la possibilità di prendere in esame molte o tutte le critiche che vengono mosse alla preghiera, vogliamo considerarne qualcuna, che sia in un certo senso rappresentativa o portavoce di altre analoghe. L’intento sarebbe di presentarne un qualche elenco che sia in qualche modo tipologico, riassuntivo, delle diverse maniere di criticare la preghiera cristiana.
Per individuare un po’ questi nodi problematici è opportuno operare una prima distinzione tra "chi critica", "chi o che cosa" viene criticato, "perché e per quali ragioni" viene criticato. Individuare la matrice da cui proviene la critica, l’oggetto, la causa su cui si appunta, è quanto mai importante per al chiarezza del discorso. Evidentemente rispetto a questo schema indicato noi dobbiamo restringere parecchio il nostro orizzonte. Dobbiamo restringerlo, nel rispetto delle diverse scienze e delle rispettive metodologie, lasciando evidentemente aperto lo sguardo alla interdisciplinarità, all’orizzonte della filosofia e in particolare a quello dell’antropologia. Questa selezione non è fatta per indicare una gerarchia di valori, o per screditare altre prospettive, quanto per attenerci a quel campo nel quale ci è possibile fare qualche osservazione.
Per evitare di costruirci dei problemi che non esistono o di prendere in considerazioni delle critiche che siano soltanto astratte, partiremo da un’esemplificazione concreta di preghiera. Ne esamineremo l’impianto, per mettere in luce che cosa critica della preghiera cristiana e che cosa di essa, al di là di ogni sterile polemica, possiamo criticare. Saranno, di seguito, evidenziati quattro nodi problematici, (il "soggetto" della preghiera, il "contenuto", i "modi" e il "destinatario" della preghiera), i quali, se non sono tutto ciò che si può dire della preghiera, sono senza dubbio la struttura portante di ogni preghiera, senza cui è impossibile che ci sia o si possa parlare di preghiera in generale e di quella cristiana in particolare.

4. Dio è l’ottativo del cuore umano.
Non è facile, nella letteratura patristica dei padri greci e latini, che di formule e di espressioni felici per indicare la preghiera ne hanno creato e proposto veramente tante, trovarne, a confronto della formulazione che stiamo presentando, un’altra ugualmente azzeccata. Anche la poesia o i poeti, nel dare corso senza tempo e limiti alla fantasia e alle parole, non hanno fatto di meglio. Questo chiaramente non vuole essere un giudizio di gusto, dove è bene non cacciarsi, perché vi regna di casa la più ampia divergenza possibile e la discussione senza fine. Questa nostra osservazione nasce dall’avere constatato quanto sia difficile, fermandosi alle parole, distinguere una vera preghiera da un suo surrogato. Ci sono dei formulari di preghiera che della preghiera hanno tutto il patos, ma non l’anima, ne hanno tutta la poesia, ma non la vita, né hanno tutta la grammatica, ma non la sintassi, né hanno tutti i termini, ma non il senso, ne hanno la forma ma non il contenuto, ne hanno tutti i registri umani ma assolutamente non quello di Dio.
Ecco il brano da cui vogliamo prendere le mosse, perché il coinvolgimento è sicuro e la sintonia assicurata. «L’essenza più profonda della religione si rivela nell’atto più semplice della religione: nella preghiera, un atto che dice infinitamente più, o almeno tanto quanto il mistero dell’incarnazione, benché la teologia proclami quest’ultimo il sommo mistero. Naturalmente non la preghiera prima e dopo il pasto, la crassa preghiera dell’egoismo, bensì la preghiera della sofferenza, la preghiera dell’inconsolabile amore, quella che nasce dalla disperazione e finisce nella beatitudine. Nella preghiera l’uomo si rivolge a Dio con il tu… confessa a Dio come all’essere a sé più vicino più intimo, i suoi pensieri più segreti, i suoi intimi desideri, che altrimenti rifugge dal manifestare... Dio è l’ottativo del cuore umano divenuto tempo presente, ossia beata certezza, è la spregiudicata onnipotenza del sentimento… Qui egli esprime i segreti che lo soffocano, questo segreto che ha potuto rivelarsi, questa sofferenza che ha potuto effondersi è Dio. Dio è una lacrima dell’amore versata nel più profondo segreto sulla miseria umana».
Se qualcuno non sapesse già che non è un padre della Chiesa a parlare così, proverei a richiedere da quale "trattato" sulla preghiera o da quale "esperienza" di preghiera questo brano è stato tratto. Invece queste parole sono, o vogliono essere, una critica feroce alla preghiera, e ancora di più un attentato a tutto il cristianesimo e a qualsiasi atto di fede in Dio, ritenuto come qualcosa di reale, di significativo e di fondato. L’autore è Feuerbach, colui che ha sferrato la più acuta e sottile critica alla religione, che ha teorizzato e tentato di mostrare l’inconsistenza della teologia, che ha svuotato il concetto di Dio della sua essenza, sostituendovi quella dell’uomo, che ha tentato di ridurre ogni affermazione teologica e tutta la teologia ad un contenuto antropologico, che ha provato a dimostrare perché tutte le verità della fede sono solo controverità o verità al contrario, in quanto, ogni qual volta utilizzano il soggetto Dio per attribuirgli un qualsiasi predicato, in fondo parlano del soggetto umano e del valore divino che egli attribuisce alla sua alle sue esperienze. Il testo da cui è tratto è, L’essenza del Cristianesimo.
Feuerbach, contro le sue stesse parole e a smentita delle stesse sensazioni che suscita, sta destituendo la preghiera e lo stesso cristianesimo di ogni contenuto e di ogni valore. Ma egli contemporaneamente sta formulando una delle critiche più sottili e velenose alla struttura stessa del pregare cristiano o del pregare in quanto tale. Lasciamo a lui, alle sue argomentazioni, di formulare questa critica alla preghiera cristiana, che poi è una critica a tutto campo in quanto investe, il soggetto, il contenuto, il metodo e il destinatario della preghiera cristiana. A partire dall'impostazione di questa critica, cercheremo appunto una ripresa della possibilità della preghiera sottolineando, invece, il valore e l’originalità che a questi elementi attribuisce il cristianesimo.
Feuerbach sferra il suo attacco incalzando prima con una serie di interrogativi, che in verità sono stati formulati dopo e non prima delle risposte, alle quali si adeguano alla perfezione. Nella preghiera l’uomo «esprime i suoi desideri nella fiducia, nella certezza che siano adempiuti. Come potrebbe rivolgersi a un essere che non presta ascolto ai suoi lamenti? Che cos’è dunque la preghiera, se non il rivelare i suoi desideri celati nel cuore, nella fiducia che vengano esauditi? E che cos’altro è l’essere che adempie questi desideri se non è il sentimento dell’uomo che porge ascolto a se stesso, che esaudisce se stesso, che acconsente ai propri desideri senza nulla replicare e nulla obiettare?…Egli dichiara apertamente Dio l’altro suo io, è la preghiera che si esaudisce, il sentimento che ascolta se stesso…Il nostro compito è appunto quello di mostrare che la teologia non è che una patologia, un’antropologia e una psicologia che ignorano se stesse».
Tra le possibili critiche rivolte alla preghiera cristiana abbiamo voluto selezionare questa, perché è in qualche modo, almeno nella cultura contemporanea, la madre e la matrice di tutte le altre, e nello stesso tempo perché ci sembra abbia individuato, anche se per criticarli gli elementi centrali che costituiscono la preghiera cristiana. Li vogliamo riprendere in successione e brevemente per ritornare a disegnare un possibile itinerario di quel dialogo orante, con cui Dio parla a noi e noi come risposta vogliamo parlare a lui.

5. Il soggetto della preghiera cristiana è sempre un noi e mai un io
Entrare nella comprensione del soggetto, e ancor più in quello della preghiera cristiana, non è un’impresa facile. Lo facciamo, non nel tentativo di risolvere tutti i problemi che esso comporta, quanto per mostrare l’originalità che l’esperienza della preghiera cristiana aggiunge alla comprensione del soggetto in generale. Salta immediatamente all’attenzione che il soggetto orante quando si rivolge a Dio Padre non è mai un io, ma sempre e a tutti i livelli un noi. La comprensione o ricomprensione del soggetto orante avviene nel segno di un’apertura, di un arricchimento interiore e di un allargamento di orizzonte. Il soggetto orante si scopre ricco in se stesso, ricco più di se stesso, perché nel suo spessore di vita entrano gli altri e ancor più Dio stesso. Nessuno, infatti, può pregare come un io, se questo significa un essere solitario, ma sempre come un noi, perché prega sempre a nome e per conto di una comunità, perché può pregare solo nel nome del Signore Gesù e in forza dello Spirito Santo. Se la qualifica dell’orante cristiano come "noi" può dare l’impressione che si sia in qualche modo trascurata l’identità, frantumata l’unità e la particolarità del soggetto, questo rischio è del tutto infondato perché ognuno che prega acquista, per Cristo con Cristo e in Cristo e secondo le dinamiche dello Spirito, un’identità ancora più forte e più ampia.
La ricomprensione del soggetto orante cristiano può avvenire dunque, e ci limitiamo a darne soltanto l’indicazione senza nessuna possibilità di approfondimento, almeno secondo tre direttrici.
La prima di esse fa riferimento al soggetto plurimo, a quello che ha allargato il suo io all’accoglienza dei fratelli, che si fa carico della sua e della storia di ogni uomo sulla terra, che dinanzi al Padre non porta soltanto se stesso, ma veramente tutti e tutto. Secondo questa dinamica la voce dell’orante è la voce che parla a nome di tutti e per tutti. È la voce dell’unità, la voce della comunione e della comunità. È la voce dell’amore che fa dei tanti e dei distanti: tanti fratelli, che hanno un cuore solo e un’anima sola e, all’occorrenza, quando si presentano a Dio, hanno sempre e soltanto una voce.
La seconda direttrice chiarisce questa innovativa identità del soggetto plurimo, riportando ogni orante alla sua costituzione in Cristo, identificandolo e conformandolo a lui, quale unico soggetto della preghiera e della vita cristiana, quale unico ed insostituibile orante. L’assimilazione progressiva a Cristo, fino a vivere in lui e per lui, non dissolve l’uomo e la sua identità, quanto piuttosto gli assegna e gli offre nuovi spazi di realizzazione, in prospettiva autenticamente personale. È attraverso Cristo, unico ed eterno mediatore tra Dio e gli uomini, che si svela a noi quella dimensione personale capace di creare in ciascuno le condizioni per realizzarsi e per pregare. Pertanto l’orizzonte entro il quale il cristiano prega è molto più ampio di quello che lo rinvia semplicemente a se stesso, perché prima, e per rimandarlo a se stesso, lo rimanda a Cristo, capo e Signore di tutti.
Ma questo dinamismo divino comunicato all’uomo, ed entriamo nella terza direttrice, rimanda ancora alla centralità dello Spirito e al suo ruolo insostituibile, nel comunicare ed attuare la vita di Cristo in noi. Infatti la vita di fede o la vita in Cristo, altro non è che opera per eccellenza dello Spirito, opera del digitus paternae dexterae. Per questo lo Spirito agisce come soggetto in noi e con noi, introduce noi in Dio e Dio in noi, e ci permette, facendo eco alla sua voce di gridare Padre e al Padre! Una preghiera autenticamente cristiana aiuta l’orante a scoprire Cristo e lo Spirito come la sua unica possibilità per essere veramente soggetto. Infatti, di quanto egli matura questa consapevolezza, di tanto la sua preghiera sarà autentica e sarà cristiana, perché solo per Gesù Cristo e lo Spirito, ogni singolo orante può avere accesso a Dio, e ugualmente solo per lo Spirito e in Cristo Gesù la preghiera diventa autentico dialogo e non sterile ed illusorio monologo. Agli oranti cristiani restano solo lo Spirito e Cristo, quale unica via e dinamismo al Padre, per pregare e vincere la solitudine dentro la quale rischiano miseramente di naufragare.

6. Dalla Parola le parole
Il passaggio dal soggetto cristiano al contenuto cristiano della preghiera non rappresenta tanto un salto da un tema ad un altro, non costituisce una svolta, quanto una diversa prospettiva sulla stessa tematica. Infatti, contenuto principale, o addirittura unico, della preghiera che si vuole qualificare come cristiana è la Parola di Dio e dunque Dio stesso che si rivela all’uomo. Ed in questo preciso senso il soggetto della preghiera cristiana (Dio) è anche il contenuto della stessa (la sua Parola). Per questo ogni credente e ogni comunità possono riconoscere Dio come Padre, riconoscendo la sua Parola come creatrice.
Questo significa ossequio all’incarnazione della Parola di Dio, che si è fatta uomo per fare, per suo mezzo, l’uomo Dio. Con la Parola giunge all’uomo il Vangelo dell’amore di Dio, perché gli giunge Dio stesso attraverso suo Figlio: «Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio». Su queste premesse non ci può essere contenuto autentico di preghiera che non sia una persona, che non sia Gesù Cristo: Parola benevola di Dio all’uomo, ma ugualmente Parola fiduciosa dell’uomo a Dio. Pertanto, l’atteggiamento veramente orante, rispetto a Dio che sempre e definitivamente ci parla nel Figlio, non può che essere l’ascolto che si esprime nella più totale accoglienza.
Questa struttura interpersonale della preghiera cristiana è per eccellenza, e allo stesso tempo, una struttura dialogale. Così la Parola, ascoltata ed accolta, si trasformerà in risposta, l’uomo destinatario dell’amore di Dio diventerà suo interlocutore, e quindi il rischio di rimanere prigionieri di un monotono monologo si trasformerà in emozionante dialogo. Se allora la preghiera cristiana è caratterizzata dal dialogo della Parola e con la Parola, essa non può avere altro adeguato contenuto se non la restituzione gioiosa a Dio di quella salvezza che egli gratuitamente opera in coloro che lo ascoltano e lo accolgono. Se dunque, Cristo da una parte, Parola amica di Dio all’uomo, e l’uomo dall’altra, risposta di lode a Dio, sono il contenuto della preghiera cristiana, si capisce perché non ce ne possa essere nessun altro.
Questo spiega inoltre perché la preghiera inizia sempre con il parlare di Dio, cui poi segue il parlare a Dio. Se pregare allora in senso proprio è rendergli del suo, ritornargli la sua Parola, questo non esclude l’apporto originale di chi prega, anzi lo esige, giacché include ad ogni istante la complessa e dinamica assimilazione e personalizzazione del dono ricevuto. Dio che ci parla aspetta e spera sempre, lavora instancabilmente sulle risposte più tiepide e lente, per non lasciare mai nessuno nella sterilità della sua chiusura. All’uomo dunque è richiesto di farsi ascoltatore attento di quella Parola che Dio ha donato a lui, e con la quale è chiamato a entrare in dialogo e in sintonia se non vuole smarrirsi nei percorsi intrigati del suo cuore. Nella sua preghiera, alla luce della Parola, il cristiano tenta in continuazione di restaurare l’armonia delle cose ed il senso lacerato della sua vita. Questo passaggio della Parola in noi ci fa passare al Padre, e così ogni volta e fedelmente la Parola ci consegna Dio e a Dio. Non a caso il vero orante, quando è un cristiano, prima di rivolgersi a Dio e per farlo tace, ascolta, adora. Perché è lo stesso ascolto che è preghiera per eccellenza, in quanto il vero orante prega ciò che ascolta, prega quando ascolta, prega per ascoltare, e in questo ascolto trova il suo gaudio e il suo Dio.

7. Perché lungo il cammino cresca la lode
Ogni orante, come ogni preghiera, hanno sempre le coordinate dello spazio e del tempo con le quali devono confrontarsi. Con qualche osservazione vogliamo richiamare l’attenzione sui modi, i tempi, le forme di preghiera, semplicemente per offrire qualche criterio che ci permetta di leggere questa problematica, senza sopravvalutarla, ma anche senza trascurarla. Il criterio secondo il quale nella preghiera devono entrare tutti i registri dell’esperienza umana, ci sembra molto valido per non trascurare lo spessore della vita e la ricchezza e complessità che c’è in ogni uomo. Con grande libertà faremo qualche osservazione sulla "preghiera continua", sulla "dimensione dossologica" e la "tensione escatologica" della preghiera cristiana.
Il valore di pregare sempre senza stancarsi mai, il cristiano lo ricava dal Vangelo e quindi lo riceve come comando direttamente da Dio. Per questo motivo il tentativo di organizzare il comando della preghiera continua, lo troviamo presso tutte le comunità di oranti, con un impegno e una fantasia di forme che sorprende. Tutte le attualizzazioni sono d’accordo sul valore di pregare sempre, poi però si dividono, secondo i tempi, le culture e le sensibilità, sul modo di realizzarlo. Schematizzando possiamo raccogliere questi tentativi in due gruppi. Il primo considera la preghiera come un’azione distinta da tutte le altre e quindi per pregare sempre ci deve realmente essere qualcuno intento a pregare mentre gli altri fanno altro. Il secondo, invece, a partire da un atteggiamento e una disposizione di fondo, vuole trasformare in preghiera tutto il tempo e tutta la vita. Anche in questo caso la soluzione è da ricercarsi nella sintesi, al fine di valorizzare congiuntamente la vita di preghiera e la preghiera come vita.
Un altro aspetto da considerare nella preghiera cristiana è che in essa deve trovare spazio il panorama completo delle esperienze, l’inventario onnicomprensivo dei sentimenti, delle sensazioni e degli stati d’animo. Ma il cristiano deve contemporaneamente "lodare" quando chiede, quando effonde il suo lamento o quando sta in silenzio di fronte a Dio, perché la dossologia, quale atteggiamento di fondo, deve caratterizzare qualunque tipo di preghiera cristiana.
Infine la preghiera cristiana, per sua costituzione, deve essere aperta e orientata oltre la scena di questo mondo e di questo tempo che si consuma e ci consuma, perché la preghiera cristiana è per sua natura escatologica. L’orante cristiano è animato dalla speranza di condurre il suo mondo, la sua storia, la sua vita, il suo stesso lucente e lancinante groviglio di peccato e di grazia alla destinazione ultima e gloriosa. Con la luce dell’escaton tenta di portare nel presente la realtà di domani, e di trasportare l’oggi nel più lontano e irraggiungibile futuro, perché il cristiano sa di essere ancora e comunque di questo mondo, ma sa di appartenere anche all’altro.

8. Per andare dentro di sé fino ad incontrare Dio
Il tema del destinatario della preghiera non è da separare da quella del soggetto e del suo contenuto, infatti, possiamo tentare di rispondere alla domanda che cosa è la preghiera cristiana e chi è il soggetto di questa preghiera, in quanto teniamo presente a chi ci rivolgiamo. Basta pensare in quale vicolo cieco ci condurrebbe dimenticare che la nostra preghiera è rivolta al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e soprattutto al Dio e Padre di Gesù Cristo. Se, infatti, dimentichiamo che la preghiera vuole mettere a fuoco e celebrare questo incontro, ci precludiamo qualsiasi via di fuga che ci possa mettere in salvo da noi stessi e dalla solitudine.
La preghiera è l’incontro segreto e personale che ognuno fa con Dio. Esperienza di come incontrare colui che ancora non si è definitivamente trovato e neppure si è mai abbastanza cercato, e che la preghiera vera, ci fa più degnamente cercare e più facilmente trovare.
Il cristiano sa che in questo mondo egli prega sempre da viator e che, nell’esodo permanente ed immortale della vita, mentre cerca la patria, tenta di percorrere la distanza che lo separa dal suo Dio. Ma sa pure che, in questo dialogo, ne intravede il volto e il dono che a lui l’unisce. Ma fin quando dura questa condizione di pellegrinaggio, desiderare la presenza di Dio, avere sete del suo volto, resta il solo modo per riconoscerlo e raggiungerlo. D’altronde l’assenza di una persona è sofferta da noi solo a misura dell’intensità dell’amore che ci lega, perché ugualmente la presenza si offre solo a chi ama o a chi soffre per averla. Il cristiano percorrendo le strade del mondo e del tempo interroga ogni presenza e si lascia interrogare, e così si avvicina al suo Dio e lo riconosce per la gratuità dell’amore che sempre gli dona.
Tutte le analisi che si possono fare sulla preghiera sono ultimamente riconducibili alla considerazione che siamo di fronte ad una fenomenologia dell’amore e del vocativo. Quando la preghiera si struttura come ricerca della presenza di Dio, il tema emergente è quello, è sempre e solo quello, dell’amore, il quale esprime e caratterizza non un tipo, ma l’unica relazione interpersonale possibile. Ecco perché dove non c’è amore, non c’è vocativo, non c’è presenza, non c’è relazione personale, non c’è dialogo, non c’è preghiera e soprattutto non c’è Dio. Perché mentre ancora dura questa nostra condizione, l’amore interpreta, quando si prega, l’ultima densità possibile della gratuità gioiosa che il nostro cuore ricerca, prima di abbandonarsi e per abbandonarsi fiduciosamente in Dio. Perché solo in Dio noi siamo sicuramente eletti e destinatari di un amore che, attorno a noi e dentro di noi, non si stanca e mai si arrende.
Ciò spiega perché solo alla luce dell’amore avremo l’indagine meno imperfetta, certo la più vicina, con cui la preghiera cristiana tende, attraverso Cristo, a Dio. Infatti solo l’amore ci dice che cosa è sicuramente Dio e che cosa è l’uomo, quando e se, autenticamente, vuole essere se stesso.

9. Conclusione: attraverso e oltre la paura.
Siamo partiti dal considerare le obbiezioni che alla preghiera in generale, e alla preghiera cristiana in particolare, si possono muovere. E ciò in considerazione di tutti i naufragi che essa può patire quando un uomo credente parla o presume di parlare con Dio, quando ascolta e pensa di essere ascoltato, quando domanda e ritiene di ricevere risposte, quando dialoga e pensa di non essere solo. Ma queste obiezioni analizzate sino in fondo e alla loro radice si sono dimostrate inconsistenti. Invece, aldilà della paura che la preghiera sia tutta e solo un bluff, abbiamo dovuto riconoscere che la vera preghiera è un autentico dialogo tra Dio e l’uomo, illumina e approfondisce fino all’infinito il nostro essere soggetti, getta sull’uomo tanta luce divina. La preghiera è un autentico dialogo e di esso non ci possono essere surrogati o falsi, perché è un autentico dialogo che inizia e gestisce Dio. Ci si può equivocare sul pregare in astratto, ma ogni orante sa che se prega e quando prega veramente, non può non riconoscere l’assoluta iniziativa di Dio. L’unico rischio nella preghiera è che Dio non trovi l’uomo di fronte a sé, ma non che l’uomo non abbia un Dio che lo ascolti. Per il mistero dell’incarnazione, Dio in tanto riempie di sé il cielo e la terra, perché prima abita nel cuore di ogni uomo, gli è così interiore ed intimo, secondo la felice espressione di sant’Agostino, più di quanto ognuno lo è a se stesso.
Dunque preghiera specificamente cristiana è quella che vive per una presenza. E supplisce dove questa presenza manca, evocandola e invocandola come può, il meglio che può, il più che può e finché può, perché Cristo sia il vocante, il vocato, l’invocato sempre presente. Sul vocativo e sulla presenza, la preghiera cristiana ha dunque una parola significativa da dire. È, infatti, la presenza cercata e attesa, il tu amante e amato che si invoca e si cerca, che si evoca, e che intanto lo si trova, in quanto lo si ama e lo si cerca ancora.
In quanto frutto dell’amore la preghiera non può essere opera solo dell’uomo, perché proprio dell’amore l’essere e l’iniziativa appartengono propriamente a Dio, e per sua iniziativa e dono anche a noi. Per questo il cristiano non può pregare se non lo precede l’esperienza di essere amato, e quindi di potere e dovere essere amante. Nell’amore e nel dialogo che per primo Dio gli dimostra e gli offre, l’orante sente aumentare le sue possibilità di risposta, perché intravede, in maniera sempre più nitida quella presenza che sempre ricerca.
La preghiera, come ci è insegnata dal Signore Gesù, unifica il cielo e la terra, Dio e l’uomo la sua vita e la nostra, il peccato e la grazia, le tenebre e la luce, il passato e il presente sempre in un’unica tensione capace di coinvolgere ed esprimere tutta l’esistenza. E secondo le diverse modalità, o secondo i tempi e le sensibilità degli oranti, la preghiera concreta non teme di fare i conti con i limiti della concretezza e del peccato, perché anticipa e svela, come può e più che può, ma sempre adattandola alla nostra condizione di esodo, la Pasqua definitiva. Infatti, nella preghiera si salda insieme l’esperienza della schiavitù e della libertà, del peccato e della liberazione, dell’Egitto e della terra promessa, dei fallimenti dell’uomo e delle deroghe di Dio, della nostra miseria e delle pazienti proroghe della sua misericordia. In questa condizione l’orante rivive l’esperienza dei pellegrini dell’assoluto, mai veramente al sicuro, ma come mai vicini alla meta verso la quale camminano. La preghiera è infatti la grande avventura della vigilanza cristiana in una notte nella quale siamo chiamati a vegliare o nella quale siamo improvvisamente e ripetutamente svegliati, per andare incontro a colui che viene in quell’ora solenne nella quale anche una piccolissima riserva di luce, eccezione tra le tante dimenticanze della vita, ci è indispensabile per essere introdotti alle nozze.
Lasciamo comunque all’amore la possibilità di dire l’ultima parola sulla preghiera, anche se proprio per questo, sarà del tutto personale e incompiuta. Lasciamo all’amore di risolvere i dilemmi e tutti i problemi di chi prega. Solo l’amore infatti può suscitare la preghiera e mettere sempre di fronte Dio e l’uomo. Dio che, da lungo tempo e ripetutamente, lo cerca; l’uomo che qualche volta si lascia trovare, ma che, ad ogni vero incontro e per ragioni diverse, aspirano a ricercarsi e a ritrovarsi con più grande nostalgia e intenso desiderio. Lasciamoli al loro unico e mai concluso dialogo, lasciamoli all’occasione che non vogliono lasciarsi sfuggire, lasciamoli al loro incontro fatto di parole e per questo ugualmente assegnato al silenzio. E Come perderemmo tempo e fatica, se volessimo convincere due innamorati che il loro amore o il loro amato è solo un’illusione, lo stesso ci accade se vogliamo convincere chi prega che Dio e la sua preghiera sono un inganno! Come sempre accade qualche preghiera, come qualche amore, possono essere un’illusione e anche una delusione, ma l’amore e la preghiera in quanto tali no. Per questo, e per fortuna, troveremo sempre qualcuno che si ostina, nonostante tutto, ad amare e a pregare ancora.
                                                      

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