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Il Mondo di Aquila e Priscilla
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Fiumi d'acqua viva...
Un regno dalle porte aperte
34° Domenica del Tempo Ordinario - anno C
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo
(2Sam.5,1-3; sal.121; Col.1,12-20; Lc.23,35-43)

Nella XXXIV domenica del Tempo Ordinario, giunti alla conclusione dell’anno liturgico, Luca ci fa contemplare la regalità di Gesù. Un re abitualmente riceve ogni sorta di onori, il Vangelo invece ci presenta un re per il quale sono riservati solo scherno e umiliazione. Un re che viene eliminato alla maniera di un criminale qualunque, infatti, sembra essere la smentita più clamorosa di tutte le pretese salvifiche racchiuse nel ministero di Gesù e rimarcate a più riprese dal racconto lucano. L’evangelista prepara i suoi lettori all’annuncio paradossale della salvezza che si compie solo nel momento del massimo fallimento: la morte di croce. Gesù salva non perché scende dalla croce, non perché estirpa dalla terra i malvagi, ma perché ama fino alla fine, resta cioè fedele all’amore che il Padre nutre per lui e che egli stesso nutre per ogni creatura.
L’intelaiatura generale del Terzo Vangelo circa la crocifissione e morte di Gesù si può rinvenire anche in Marco e in Matteo, ma Luca sceglie di rappresentare il Cristo con i tratti del martire che muore offrendo il perdono e ottenendo la salvezza dei suoi carnefici (come farà anche in At 7 descrivendo la morte di Stefano). Nel racconto il popolo svolge un ruolo passivo, sta a guardare in silenzio. I capi invece opprimono Gesù con un fare assai simile a quello del tentatore nel deserto (cf. Lc 4,1-13):
«Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto» (Lc 23,35).
Il sospetto non è tanto sulla qualità del suo ministero, del quale, malgrado l’ironia, vengono riconosciuti i frutti, ma sulla qualità del suo rapporto con Dio che, stando a come sono andate le cose, non dev’essere certo dalla sua parte. Anche i soldati lo deridono, provocandolo a manifestare al popolo una regalità di tipo trionfalistico:
«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» (Lc 23,37).
Il titolo «re dei Giudei» non fa parte solo di un gioco di insulti, ma è il marchio pubblico che segna la croce alla quale Gesù è stato inchiodato e che tutti possono leggere. Sul suo capo infatti svetta l’iscrizione «Costui è il re dei Giudei», parole che trasformano il palo maledetto in trono di gloria.
Sulla croce il Gesù di Luca non è solo. Due uomini gli stanno accanto, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, e non sono i discepoli che in Marco e in Matteo vogliono occupare quei posti nel suo regno, ma due malfattori qualunque che, diversamente dagli altri sinottici, reagiscono in modo tra loro antitetico, rivelando ancora una volta la verità delle parole del vecchio Simeone che aveva profeticamente annunciato che il Cristo sarebbe stato un «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Uno dei due si lascia contagiare dal modo di fare dei capi e dei soldati, si allea con i forti e insulta: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» (Lc 23,39). L’altro invece si dissocia dalla massa degli accusatori e si leva come unica voce fuori dal coro a proclamare con forza l’innocenza di Gesù:
«Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male» (Lc 23,40-41).
Dopo aver riconosciuto la santità di Gesù, egli proclama anche la sua piena fiducia in lui: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Non è la pretesa dei discepoli che vogliono occupare dei posti importanti, ma una preghiera umile, sentita e colma di fiducia che Gesù esaudisce immediatamente: «oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,42).
Gesù è un re il cui regno ha le porte aperte e in esso vi accede chi sa che la salvezza non è per domani, ma è «oggi». Oggi, infatti, è il momento di affrancarsi dalla massa e fare la propria confessione di fede personale, oggi è il tempo per riconoscere la visita del Signore, oggi è il tempo di imparare a pregare, oggi è l’occasione propizia per purificare lo sguardo dalla nebbia delle apparenze e vedere attraverso le cose il germogliare della vita divina che sa trasformare anche i cuori induriti in una terra fertile.
Rosalba Manes   www.nellaparola.it


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