Fiumi d'acqua viva...
Il Buon Samaritano
15° Domenica del Tempo ordinario - anno C
(Deuteronomio 30,10-14; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37)
Nella musica e nella letteratura mondiale, ci sono degli “attacchi” divenuti celebri. Quattro note disposte in una certa sequenza, e ogni intenditore esclama subito: “Quinta sinfonia di Beethoven: il destino che bussa alla porta!”. Ormai quelle quattro note sono una firma, un marchio inconfondibile. Molte parabole di Gesù condividono questa caratteristica. Una di esse è proprio quella che si legge nel Vangelo di oggi.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico..”, e tutti esclamano: parabola del buon Samaritano! Ma vediamo la circostanza che la provocò: Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna? Gesù gli disse: Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi? Costui rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso. E Gesù: Hai risposto bene, fa' questo e vivrai. Ma quegli volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo? Il problema che assillava il dottore della Legge era molto dibattuto nell'ambiente giudaico del tempo. Si discuteva su chi doveva essere considerato, per un israelita, il proprio prossimo. I più generosi arrivavano a comprendere, nella categoria di prossimo, tutti i connazionali e i proseliti, cioè i gentili che avevano aderito al giudaismo. Il senso della domanda è dunque: fin dove si spinge l'obbligo di amare il prossimo? La domanda ricorda quella di Pietro: “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” (Matteo 18,21). Alla domanda di Pietro Gesù rispose raccontando la parabola del padrone generoso e del servo spietato; anche alla domanda del dottore della Legge risponde con una parabola. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappo nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. L'ambientazione è aderente alla realtà. Si tratta di una strada, specie a quel tempo, scoscesa, in pieno deserto, ricca di anfratti adatti a imboscate. In pochi chilometri, si scende da settecento metri sopra il livello del mare, a qualche centinaio di metri sotto il livello del mare. Gesù la conosceva bene, avendola percorsa lui stesso più volte, in un senso e nell'altro. Ma continuiamo nella lettura: “Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. L'accostamento dei personaggi - un samaritano che soccorre un giudeo! - sta a significare che la categoria di prossimo è universale, non particolare. Ha per orizzonte l'uomo, non la cerchia familiare, etnica, o religiosa; l'uomo per se stesso, non per qualcosa di aggiunto alla sua realtà. Prossimo è anche il nemico! I giudei infatti “non mantenevano buone relazioni con i samaritani!” (cfr. Giovanni 4,9). Ed eccoci al secondo insegnamento della parabola: come farsi prossimo. Cosa fece il Samaritano? “Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. Il Samaritano comincia con l'accostarsi al ferito, si “approssima”. Non ci può essere amore effettivo ed efficace se non c’è una qualche prossimità anche reale e fisica. L'amore del prossimo incomincia spesso con i propri passi che interrompono una strada precisa per andare incontro ad un altro. Esso ha sovente questo umile inizio che non è il più facile: abbandonare il proprio cammino, i propri progetti, il proprio futuro c adottare per un certo tempo quelli di un altro. Poi il Samaritano dà se stesso al ferito come futuro immediato: è appunto ciò che fa quando medica le ferite, versa l'olio e il vino, e carica quell'uomo sulla sua cavalcatura. Il ferito è diventato, per un certo tempo, la sua unica preoccupazione. Il particolare della cavalcatura è significativo: il Samaritano cede il suo posto al ferito. Amare è saper cedere il proprio posto e adottare quello dell'altro. Il Samaritano è un uomo come gli altri, con un passato, una tradizione, una famiglia, un lavoro, delle leggi e anche dei progetti. Senza dubbio lo attendevano un lavoro, una famiglia, degli amici. Ma per un certo tempo ha messo da parte tutto questo. Alla fine il Samaritano si allontana, continua il suo viaggio, in certo senso comincia a staccarsi. Affida il ferito a un avvio di organismo specializzato e retribuito e versa, per questo, una quota di due denari. Questo mostra anche i limiti dell'amore del prossimo che sono quelli delle relazioni corte. Non si tratta di lasciare il prossimo abbandonato a se stesso, ma di lasciarlo ad altri a cui appartiene per mestiere di occuparsene, non potendo nessuno provvedere da solo ai bisogni di tutti. Alla fine è chiara la risposta alla domanda come farsi prossimo: con i fatti, non solo a parole. Giovanni dirà: “Figlioli, non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Giovanni 3, 18). Se il Samaritano si fosse accontentato di accostarsi e di dire a quel disgraziato che giaceva nel suo sangue: “Poveretto, quanto mi dispiace! Come è successo? Fatti coraggio!”, o parole simili, e poi se ne fosse andato, non sarebbe stato tutto ciò un'ironia e un insulto? Ascoltiamo come si conclude la parabola: Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è in cappato nei briganti? Quegli rispose: Chi ha avuto compassione di lui. Gesù gli disse: Va’ e anche tu fa' lo stesso”. Gesù opera un capovolgimento spettacolare rispetto al concetto tradizionale di prossimo. Prossimo è il Samaritano non il ferito, come ci saremmo aspettati. Questo significa che non bisogna attendere passivamente che il prossimo spunti sulla propria strada, magari con tanto di segnalazione luminosa e a sirene spiegate. Tocca a noi essere pronti ad accorgerci che c'è, a scoprirlo. Prossimo è quello che ognuno di noi è chiamato a diventare! II problema del dottore della Legge appare rovesciato; da problema astratto e accademico, si fa problema concreto e operativo. La domanda da porsi non è: “Chi è il mio prossimo?”, ma: “A chi posso farmi prossimo, ora e qui?”. Ci si è chiesto spesso se il racconto del buon Samaritano sia una parabola o una storia vera; se, cioè, Gesù prende lo spunto da un fatto realmente accaduto, o se, invece, inventa lui stesso la scena, come fa di solito quando racconta delle parabole. La risposta è che sotto la parabola del buon Samaritano c’è, effettivamente, una storia vera. Ma non una piccola storia, come sarebbe quella di una rapina avvenuta lungo la via da Gerusalemme a Gerico, ma una storia grande. Grande quanto la storia stessa dell'umanità! Secondo alcune antichissime esegesi, l'uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico è Adamo, l'umanità intera; Gerusalemme è il paradiso, Gerico il mondo; i ladroni sono i demoni e le passioni che fanno cadere l'uomo in peccato provocandone la morte; il sacerdote e il levita sono la Legge e i profeti che hanno visto la situazione dell'uomo, ma non hanno potuto fare nulla per cambiarla; il buon Samaritano è Cristo, che ha versato sulle ferite umane il vino del suo sangue e l'olio dello Spirito Santo, la locanda a cui porta l'uomo raccolto è la Chiesa, l'albergatore è i pastore della Chiesa cui è affidata la cura; il fatto che il Samaritano promette di tornare, indica la seconda venuta del Salvatore (cfr. Origene, Omelie su Luca, 34). Adesso sappiamo chi dobbiamo imitare, chi c’è dietro l'anonimo Samaritano. Amare il prossimo, farsi a lui vicino, è richiesto dalla sequela di Cristo; è il primo dovere di chi vuole essere suo discepolo. La conclusione: “Va' e anche tu fa' lo stesso!”, ricorda ciò che Gesù disse agli apostoli, dopo aver loro lavato i piedi: “Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Giovanni 13, 15). La parabola aspetta dunque di incarnarsi nella nostra vita quotidiana. Ascoltando il racconto è facile irritarsi con quel levita e con quel sacerdote che passano oltre senza fermarsi, e magari cogliervi l'occasione per mettere sotto accusa l'intera classe dei moderni leviti e dei sacerdoti. Che le parole di Gesù debbano far riflettere, in primo luogo, noi del clero, è fuori dubbio. Ma sarebbe cercare degli alibi limitarsi a fare questo. Quante persone “mezzo morte” (nel corpo o nello spirito) abbiamo incontrato, sacerdoti e laici, nella vita e abbiamo forse tirato dritto! La parabola del buon Samaritano ha, ai nostri giorni, un ambito di applicazione tutto nuovo. I moderni briganti che lasciano le persone mezzo morte per via, sono i cosiddetti “pirati della strada”, autisti che con il loro modo irresponsabile o aggressivo di guidare funestano quotidianamente le strade di incidenti spesso mortali. Il sacerdote e il levita sono coloro che, in casi del genere, omettono di recare soccorso, per non avere noie, non sporcarsi le mani o perdere tempo. I buoni samaritani sono tutti quelli che lavorano per rendere le nostre strade più sicure: addetti al controllo del traffico e al soccorso stradale, e uomini della polizia stradale. Dobbiamo loro un grazie, anche se a volte ne facciamo noi stessi le spese con qualche multa meritata. Ci lasciamo qui, ma che continui a risuonare nei nostri orecchi la parola di Gesù: “Va' e anche tu fa' lo stesso!”. Fr Raniero Cantalamessa