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Il Mondo di Aquila e Priscilla
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Fiumi d'acqua viva...
Giusto così
4° Domenica di Avvento anno A
(Is 7,10-14 - Sal 23(24) - Rm 1,1-7 - Mt 1,18-24)

In questa domenica la liturgia ci vuole preparare a celebrare degnamente «il gran giorno della nostra salvezza» (cf. preghiera dopo la comunione) presentandoci la semplice e decisiva figura del giusto Giuseppe, «sposo» (Mt 1,19) della vergine Maria. La sua esperienza di vita e di fede attesta il modo con cui – sempre – viene «generato Gesù Cristo» (1,18) in questo mondo: attraverso l’ascolto della voce di Dio e nell’obbedienza alla realtà, soprattutto quando in essa si manifestano inaspettate differenze rispetto alle nostre legittime aspettative.
Il mistero dell’Incarnazione – il desiderio di Dio di essere con noi e come noi per sempre – è entrato nella vita di Giuseppe come un autentico terremoto. La sua promessa sposa si trova in una misteriosa gravidanza – «incinta per opera dello Spirito Santo» (1,18) – ed egli è l’unico che sa di non essere corresponsabile di questo frutto d’amore decisamente prematuro. Tutto a un tratto, la vita di quest’uomo fedele a Dio e a se stesso si trasforma in un enigma e in una complicatissima matassa da sbrogliare. Secondo la legge di Mosé, infatti, una donna trovata incinta fuori dal matrimonio può – anzi, deve – essere esposta alla condanna a morte. In questa delicata situazione, Giuseppe si manifesta come uomo «giusto» (1,19) perché non cerca di rimanere fedele solo a se stesso, obbedendo alla legge di Mosè, ma anche alla legge della realtà, accettando di morire a se stesso piuttosto che porre un ostacolo alla situazione in cui si trova colei a cui è legato da una promessa e una conoscenza d’amore. Così tenta un escamotage: senza accusare la sua sposa pubblicamente, decide di «ripudiarla in segreto» (1,19). Giuseppe comprime la sua libertà per dilatare lo spazio di vita necessario a Maria, diventando simile a quel Dio che proprio in questo modo genera e accompagna la vita del mondo.
Il Signore, attraverso il suo messaggero, entra nel tormentato incubo di Giuseppe per trasformarlo in un inaspettato disegno di salvezza:
«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,20-21).
La parola di Dio raggiunge la paura di Giuseppe rivelandogli un grande mistero: dentro quell’inspiegabile ventre rigonfio di vita non si cela il segno di una maledizione o la conseguenza di un peccato, ma il compimento del sogno che Dio «aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità» (Rm 1,2-4). La voce dell’angelo gli lascia intuire che Dio non lo ha abbandonato, ma gli ha solo rivolto una singolare «chiamata», lo ha «scelto per annunciare il vangelo di Dio» (1,1) attraverso l’accoglienza di un figlio non suo, ma in qualche modo generato dalle sue stesse viscere: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Per Giuseppe il sonno e il sogno sono sufficienti per disobbedire a qualsiasi paura di accogliere e assumere la realtà fino a diventarne premuroso custode:
«Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24).
Guardando l’esperienza singolare, eppure paradigmatica, di Giuseppe, possiamo ricordarci che è possibile “sposare” la realtà in cui ci troviamo immersi, prendendola con noi così com’è e non come poteva essere: con i suoi traguardi raggiunti e i suoi fallimenti, le sue luci e le sue ombre. Il regno di Dio entra nella storia rompendo gli schemi a cui ci siamo affezionati e allargando gli argini del nostro cuore. Spesso siamo tentati di mollare, di «stancare» (Is 7,13) il Signore con le nostre paure, ripiegando su quella sottile forma di «adulterio» che è la rinuncia a donarci pienamente. Guardando allo sposo della Vergine, possiamo imparare a riconoscere in ogni situazione il «segno» (Is 7,14) di una meravigliosa chiamata, fino a comprendere che quello che manca, in fondo, lo possiamo aggiungere noi. Così è «giusto» fare, umilmente, con l’aiuto di Dio. Così «fu»; così è «generato» sempre «Gesù Cristo».
Fr Roberto Pasolini   www.nellaparola.it


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