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LA «DONNA» DI APOCALISSE 12

Un ultimo testo neotestamentario potrebbe contenere un riferimento a Maria. Si tratta del capitolo dodicesimo del libro dell'Apocalisse, in cui nel cielo compare un «segno grande: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle» (Ap 12, 1). Incinta e in preda alle doglie essa partorisce un figlio maschio che subito è rapito verso Dio, venendo così sottratto al tentativo di divorarlo da parte di uno spaventoso drago rosso (Ap 12,2-5). La donna invece fugge nel deserto, dove è nutrita e protetta da Dio (Ap 12,6). Intanto in cielo scoppia una guerra fra il drago e Michele e i suoi angeli, che ha come esito la sconfitta del drago -salutata da un inno di vittoria nei cieli (Ap 12,10-12) -- il drago viene precipitato sulla terra, dove si avventa contro la donna che aveva partorito il figlio maschio, e che nuovamente riesce a sfuggire al suo assalto grazie a due ali di aquila e a trovare rifugio nel deserto. Al drago non rimane che continuare la sua guerra contro il resto della discendenza della donna, «coloro che osservano i comandamenti di Dio e hanno la testimonianza di Gesù» (Ap 12,17).
Senza entrare nei dettagli della complicata pagina apocalittica, il problema di fondo è sapere se di questa donna sia possibile dare un'interpretazione in riferimento a Maria. Per farlo, occorre decifrare i simboli di cui il testo trabocca e cogliere la filigrana di brani veterotestamentari sottostante alla figura della donna. L'esegesi patristica e medievale di questa figura ha seguito prevalentemente un senso ecelesiologico, e vi ha riconosciuto l'immagine della Chiesa perseguitata nella storia e tuttavia vincitrice sulle forze dell'antisalvezza. L'interpretazione mariologica sembra risalire a Quodvultdeus e aver goduto di particolare fortuna in autori monastici medievali e nella tradizione liturgica e iconografica. Ma è soprattutto al tempo delle definizioni pontificie del 1854 (Immacolata concezione: Pio IX) e del 1950 (Assunzione di Maria: Pio XII) che si assiste a una fioritura di scritti su Ap 12 che cercano di coglierne il valore mariologico.
La donna vestita di sole
Per decifrare la figura femminile si può partire dall'individuazione del figlio maschio che essa partorisce. Non vi è alcun dubbio che si tratti del Messia, come mostra il riferimento al Sal 2,9, un Salmo messianico citato nella versione dei Settanta, che afferma che questo bambino «sta per pascere tutte le genti con scettro di ferro» (Ap 12,5). La lotta scatenata dalla nascita e dal rapimento in cielo del bambino, che si conclude quando il drago viene precipitato sulla terra, si riferisce all'evento pasquale cantato nell'inno nei vv. 10- 12 in termini analoghi a quelli con cui il quarto vangelo parla della morte e resurrezione di Gesù Cristo: «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,3 1). Nel cuore di Ap 12 vi è dunque il riferimento all'evento centrale della fede cristiana, la Pasqua di Gesù Cristo: la stessa nascita de lfiglio maschio, più che rinviare immediatamente alla nascita a Betlemme, sembra alludere alla resurrezione, evocata già come «nascita» nel Nuovo Testamento e proprio a partire dalla testimonianza biblica del Salmo 2 (At 13,32-33). Ma è probabile che Giovanni stia presentando in estrema sintesi tutta la vicenda salvifica di Gesù Cristo dall'incarnazione alla resurrezione. In ogni caso, i numerosi riferimenti all'esodo racchiusi in Ap 12 pongono in continuità la prima Pasqua con la Pasqua di Cristo, l'esodo dall'Egitto del popolo d'Israele con l'esodo messianico.
Nel capitolo 12 l'Apocalisse presenta dunque l'evento saliente e centrale della storia di salvezza, della storia di Dio con l'umanità: quella storia che ha conosciuto come «momenti cardine la creazione dell'uomo, l'elezione e l'alleanza con Israele; culmine di tale storia è l'evento pasquale di Gesù di Nazaret, evento che viene riconosciuto e confessato come messianico ed escatologico, dunque salvifico, da quei figli d'Israele che diventano il primo nucleo della Chiesa cristiana. Di questa Chiesa fanno parte «coloro che osservano i comandamenti di Dio e hanno la testimonianza di Gesù» (Ap 12,17), e in essa si riconoscono anche i destinatari dello scritto apocalittico, i «fratelli» a cui l'autore dell'Apocalisse si era rivolto parlando di sé come esiliato «a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (Ap 1, 9). Questi cristiani condividono con Giovanni la situazione di ostilità e persecuzione espressa in Ap 12 con l'immagine della lotta condotta dal drago.
Tenendo conto di questo contenuto centrale del capitolo (sintesi dell'intera storia di salvezza che giunge fino ai destinatari dell'Apocalisse) e della polivalenza e plasticità del simbolismo apocalittico, per cui un solo e medesimo simbolo può conoscere più di un riferimento, possiamo tentare l'interpretazione del simbolo «donna». L'immagine della donna opposta al drago, chiamato anche «serpente antico» (Ap 12,9), rinvia senza alcun dubbio a Gen 3,15, il testo in cui Dio sancisce l'inimicizia fra la donna, Eva, e il serpente, fra la discendenza della donna e quella del serpente e in cui viene profetizzata la vittoria della discendenza della donna (secondo la versione greca dei Settanta che si presta a una comprensione messianica). La donna è dunque anzitutto un riferimento all'umanità a cui sono promesse la salvezza e la vittoria nella lotta contro il male grazie all'azione della sua discendenza.
Questa salvezza si apre la strada nella storia attraverso il popolo d'Israele, popolo spesso personificato, nell'Antico Testamento, in una donna. Il popolo beneficiario della salvezza è rappresentato nel suo insieme in una donna che Dio incontra, ama, protegge (Os 2,16). La donna che fugge nel deserto dove è nutrita da Dio è un sicuro riferimento al popolo d'Israele nell'esodo (Es 19,4; Dt 32, 11) e nel nuovo esodo (Is 40,3). Anche l'immagine della donna in preda alle doglie del parto trova abbondanti riferimenti nell'Antico Testamento, dove rappresenta la figlia di Sion (Is 66,7; Mi 4, 10). L'immagine delle doglie del parto diverrà un simbolo corrente per indicare le sofferenze che preludono all'avvento dell'era messianica. La donna che partorisce ci pone così di fronte alla svolta cruciale della storia di salvezza: l’evento messianico che l'autore dell'Apocalisse vede compiuto nella persona di Gesù di Nazaret. La donna dell'Apocalisse è la figlia di Sion che ha sul capo il diadema, la corona (Is 62,3) di dodici stelle che già nel sogno di Giacobbe simboleggiavano le dodici tribù d'Israele (Gen 37,9). Anche i riferimenti cosmici, in particolare al sole e alla luna, si comprendono tenendo in controluce la descrizione dello splendore della nuova Gerusalemme:
Alzati, rivestiti di luce, perché ecco la tua luce, e su di te splende la gloria del Signore. ( ... ) Il sole non sarà più la tua luce di giorno né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna ( ... ). Il tuo sole non tramonterà più. (Is 60,1.19-20).
Dietro la descrizione della donna di Apocalisse si intravede il richiamo alla donna del Cantico:
Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole? (Ct 6,10)
Letta alla luce di questa ragnatela di riferimenti biblici la donna di Apocalisse rappresenta Israele, la figlia di Sion, l'Israele santo da cui esce il Messia, colui che inaugura i tempi della salvezza escatologica. Il drago rappresenta quelle forze dell'antisalvezza che si oppongono nella storia al dispiegarsi del disegno di Dio e che si scatenano con particolare virulenza di fronte all'evento centrale della salvezza. Anche in Is 2 7, 1 la salvezza escatologica è evocata con l'immagine dell'annientamento del drago da parte di Dio, ed è posta in rapporto con la restaurazione della donna-Sion del popolo-donna partoriente (Is 26,17-18). La donna rinvia a Israele, il popolo che «partorisce» il Messia (Gv 4,22: «la salvezza viene dai Giudei»), e solo a partire da Ap 12,17 essa rappresenta la Chiesa, la comunità cristiana. Non vi è infatti alcun dubbio che «il resto della discendenza» della donna, specificato come «quelli che osservano i comandamenti di Dio e hanno la testimonianza di Gesù», si riferisca ai cristiani. Essi sono i «fratelli» di Cristo (Rm 8,29) e i «figli» (Gal 4,26) della Chiesa. Ma una Chiesa che, per l'autore dell'Apocalisse, affonda le sue radici nella storia di Israele e che si colloca e si comprende in una continuità ideale con il popolo eletto.
La donna di Ap 12 va compresa innanzitutto alla luce dei riferimenti collettivi a cui abbiamo fatto cenno. Tuttavia, avendo approfondito anche il valore personale e collettivo che riveste la figura della madre di Gesù nel quarto vangelo - dove già è posta in riferimento tanto alla figlia di Sion quanto alla Chiesa (particolarmente in Gv 19,2527), nella sua qualità di madre spirituale dei credenti , allora possiamo vedere un riferimento mariologico anche nella misteriosa donna dell'Apocalisse. Come ha scritto A. Feuillet: «E’ difficile ammettere che un cristiano, tanto più se questo cristiano è l'apostolo Giovanni, l'autore del quarto vangelo, abbia potuto evocare la madre del Messia dimenticando Maria, la madre di Gesù» .

Enzo Bianchi

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