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Aquila e Priscilla
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LA MADRE DI GESU'

NEL VANGELO SECONDO MARCO

Scritto intorno al 70 d.C., forse poco prima, il vangelo di Marco ci fornisce la seconda testimonianza, in ordine di tempo, sulla madre di Gesù. A differenza dei vangeli di Matteo e di Luca, Marco non contiene narrazioni circa la nascita e la crescita umana di Gesù (i cosiddetti «vangeli dell'infanzia»), ma alcuni suoi testi consentono di affrontare problemi importanti riguardo alla famiglia di Gesù e di cogliere un aspetto significativo del rapporto tra questa e Gesù stesso. I testi che ci interessano sono Mc 3,31-35 (in cui c'è un riferimento alla madre di Gesù: vv. 31-32), a cui va aggiunto Mc 3,20-21, e Mc 6,1-6a (dove Gesù è definito «figlio di Maria»).
«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Me 3,33)
L'episodio di Mc 3,31-35 presenta la madre e i fratelli di Gesù che vengono a trovarlo mentre si trova «in casa», forse la casa di Pietro a Cafarnao. A chi gli annuncia questa visita, Gesù risponde anzitutto con una domanda: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mc 3,33), quindi, volgendo uno sguardo su coloro che erano seduti a cerchio attorno a lui per ascoltarlo, proclama: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Infatti, chi fa la volontà di Dio, questi è mio fratello e sorella e madre» (Me 3,35). Il detto di Gesù, su cui cade l'accento del breve episodio, attesta il superamento della logica dei legami di sangue, dei legami naturali della famiglia all'interno della comunità escatologica di Gesù, la comunità di coloro che fanno la volontà di Dio. E’ allora evidente che l'annotazione, apparentemente insignificante, che i famigliari di Gesù restano «fuori» (Mc 3,31.32), mentre Gesù e coloro che fanno la volontà di Dio sono «dentro», in casa, rivela una distanza anche spirituale: il testo non vuole significare che la famiglia naturale di Gesù resta esclusa dalla sua famiglia escatologica, ma che, per farvi parte, ciascuno dei suoi membri deve trascendere i rapporti di sangue e accedere al livello spirituale del fare la volontà di Dio. Del resto, dopo la morte di Gesù, Luca attesta la presenza della famiglia di Gesù nella comunità cristiana di Gerusalemme (At 1, 14); quanto a Giacomo, «il fratello del Signore» (Gal 1, 19), sarà ritenuto una colonna insieme con Giovanni e con Cefa e diventerà capo della Chiesa di Gerusalemme (Gal 2,9.12), come, dopo di lui, Simeone, «cugino del Signore» (secondo la notizia riportata da Eusebio di Cesarea, Historia Ecc1esiastica IV, 22,4). Il primato del fare la volontà di Dio, dell’evangelo, del Regno di Dio che Gesù annuncia con la sua predicazione e inaugura con la sua persona, sono il criterio dell'appartenenza a questa comunità escatologica. Il nostro testo è in linea con Mc 10,29-30: «Non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva il centuplo adesso, in questo tempo, in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme con persecuzioni e la vita eterna nel secolo che viene».
Questo episodio non è isolato, ma inserito da Marco in un insieme significativo: in Mc 3,20-21 troviamo un testo particolarmente importante perché solo di Marco (assente dalle redazioni dei vangeli di Matteo e di Luca): «[Gesù] andò a casa e di nuovo si radunò folla, così che essi non potevano nemmeno prendere cibo. Allora i suoi, udito ciò, uscirono per prenderlo, perché dicevano: "E’ fuori di sé". Subito dopo si colloca la discussione fra Gesù e gli scribi venuti da Gerusalemme che lo accusavano di essere indemoniato (Mc 3,22-30). Infine viene il testo sulla nuova famiglia di Gesù (Mc 3,31-35). La domanda che questa sequenza induce a porsi è: il gruppo dei «suoi» coincide con quello costituito dalla madre e dai fratelli di Gesù? L'espressione tradotta con «i suoi», oí par’autoù, indica letteralmente «coloro che gli sono intorno» e nel greco della koinè indica anche il parentado, la famiglia. E’ dunque probabile che Marco abbia inteso identificare i due gruppi disponendo poi i testi che ne parlano secondo la caratteristica costruzione a sandwích frequente nel suo vangelo (3,20-21 = A; 3,22-30 = B; 3,31-35 =A’): l'episodio intermedio coprirebbe l'intervallo fra la partenza (3,2 1) dei «suoi» (da Nazaret?) e il loro arrivo da Gesù (3,31). L'identificazione potrebbe trovare conferma nell'eliminazione di questi versetti di Marco (probabilmente un antico frammento di tradizione) nei vangeli di Matteo e di Luca, certamente preoccupati dall'eventualità che Maria potesse essere annoverata fra coloro che giudicarono «pazzo» Gesù e che si mossero per riportarlo all'alveo famigliare e farlo desistere dal suo cammino. Tuttavia non ci si può esprimere con assoluta certezza: di fatto, nel testo di Mc 3,20-21, non si fa menzione di Maria, che compare solamente in 3,31 ss, fra coloro che sono andati a far visita a Gesù, dunque senza intenzioni ostili nei suoi confronti.
Un dato che comunque emerge con chiarezza e che, con tutta probabilità, rispecchia la realtà storica degli eventi, è quello dell’ostilità del gruppo dei famigliari di Gesù a Gesù stesso e alla sua attività di predicatore itinerante (anche in Gv 7,5 si afferma: «Neppure i suoi (di Gesù) fratelli credevano in lui»). Gesù ha vissuto un netto distacco dal suo ambiente famigliare e l’ha richiesto anche ai suoi discepoli: la decisione di seguire Gesù poteva provocare la divisione ( Lc 12,51-53) in una famiglia. L’assunzione del celibato da parte di Gesù, elemento fondamentalmente estraneo alla religiosità giudaica del tempo, il comportamento non convenzionale di Gesù che lo poneva in contrasto con alcuni rappresentanti dell’autorità religiosa e, non da ultimo, alcune conseguenze a livello socio-economico, del suo modo di vita, dovettero creare forte attrito e persino opposizione nei suoi confronti da parte del suo clan famigliare. «La famiglia, struttura fondamentale dell’organizzazione sociale dei villaggi della Galilea, e che perciò presiedeva alla ripartizione dei beni, alla organizzazione del lavoro, alle alleanze matrimoniali e politiche in senso lato, aveva il limite ultimo e invalicabile del proprio sistema di valori nel confine del gruppo parentale. Nella famiglia l’interesse di ogni singolo membro è coordinato all'interesse di tutti gli altri membri, secondo il sistema delle gerarchie interne. Ogni problema di relazione tra gruppi famigliari va risolto nell'ambito di procedimenti "politici" che consistono appunto nel coordinamento degli interessi dei gruppi famigliari stessi. La predicazione di Gesù entra necessariamente in conflitto con i valori ultimi dell'organizzazione famigliare (e perciò economica e lavorativa) palestinese perché rifiuta di accettare come punto di riferimento ultimo l'interesse dei singoli gruppi fimigliari e quindi di risolvere i rapporti sociali mediante la politica classica delle parentele. Nella misura in cui il discepolo assume come punto di riferimento di ogni valore la salvezza della totalità di Israele contenuta nell'annuncio dell'avvento del Regno e nella conseguente necessaria risposta di conversione, diventa irrecuperabile all'interno della logica famigliare.»
«Non è costui il figlio di Maria?» (Mc 6,3)
Anche il testo di Mc 6,1-6a ci pone di fronte a un clima di diffidenza e di rifiuto nei confronti di Gesù. E se a rifiutare Gesù, in questo episodio, sono i suoi concittadini, le parole di Gesù, che commentano e «leggono» teologica mente tale rifiuto, includono anche il gruppo famigliare tra coloro che non lo riconoscono né lo accolgono come profeta: «Non c'è profeta che non sia disprezzato nella sua patria, tra i suoi parenti e nella sua casa» (Me 6,4). L'espressione «tra i suoi parenti» si trova solamente in Marco ed è stata omessa sia da Matteo che da Luca. L'enumerazione disegna tre cerchi concentrici che individuano in maniera sempre più precisa lo spazio dell'origme di Gesù: dalla patria, cioè il villaggio natale, alla cerchia ampia dei parenti, fino alla casa, il luogo della nascita. In certo senso, vi è una ripresa, in ordine inverso, dell'enumerazione posta sulle labbra dei concittadini di Gesù (Me 6,3): da «presso di noi» (la patria), ai fratelli e al le sorelle di Gesù (i suoi parenti), fino a sua madre e al mestiere ereditato dal padre (la casa).
L'episodio ci parla di Gesù che, seguito dai suoi discepoli, si reca «nella sua patria», cioè, come specifica Luca (Le 4,16), a Nazaret. Questa annotazione è di capitale importanza percbé in essa consiste l'originalità del nostro testo. Infatti, ciò che Gesù compie è la solita attività di predicazio ne e di cura e guarigione di malati che egli svolge ovunque, ma l'esito fallimentare che qui incontra si spiega appunto in riferimento al fatto che Gesù sia nella sua patria», nel luogo del suo radicamento in una famiglia e in un ambiente d'origine dove è ben conosciuto. La reazione di stupore dei concittadini alla sua predicazione nella sinagoga in giorno di sabato diviene scandalo, impossibilità di credere a ciò che Dio compie in Gesù proprio in base alla conoscenza reale, ma, per Marco, insufficiente e alla lunga ingannevole e fuorviante, che essi hanno di lui. Il breve racconto diviene così la manifestazione di Gesù come profeta disprezzato (Me 6,4) e taumaturgo ridotto all'impotenza (Me 6,5-6a). Alla base dello scetticismo nei confronti suoi, e dunque della sua sapienza, autorità e potenza taumaturgica, vi è la conoscenza delle sue origini, del suo ambiente famigliare, del suo mestiere, dei suoi congiunti, insomma della sua quotidianità in tutto simile alla loro: «Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria e fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simeone? E le sue sorelle non sono qui presso di noi?» (Me 6,3). Inoltre una credenza ebraica affermava che le origini del Messia erano sconosciute, mentre di Gesù si sa benissimo da dove viene: «Costui [Gesù] sappiamo da dove è; il Messia, quando verrà, nessuno saprà da dove sia», dicono glia vversari di Gesù nel vangelo di Giovanni (Gv 7,27).
Ora, che cosa ci dice riguardo a Maria questo testo?
Anzitutto va sottolineata la strana dizione che parla di Gesù come «il figlio di Maria». Confrontando il passo di Mc 6,3 con i testi paralleli presenti negli altri vangeli, si nota che Gesù è sempre definito come figlio di Giuseppe, mentre Marco non fa alcuna menzione del padre di Gesù, e solo lui lo definisce «carpentiere».
«Non è costui il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe [forma variante di Joses], Simeone e Giuda?» (Mt 13,55).
«Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Le 4,22).
«Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale noi conosciamo il padre e la madre?» (Cv 6,42).
Perché Marco ci trasmette questa designazione di Gesù, unica in tutto il Nuovo Testamento? Perché non parla mai di Giuseppe, il padre di Gesù, cosa che fanno anche i vangeli di Matteo e Luca che attestano (a differenza di Marco) il concepimento vírginale di Gesù? Tra le varie spiegazioni avanzate (allusione al fatto che Gesù era figlio illegittimo; riferimento sottile al concepimento virginale; espressione che sottolinea l'umanità di Gesù in modo analogo e forse un po' più forte del «nato da donna» paolino ... ) quella che appare più semplice afferma che il padre di Gesù non è mai menzionato perché già morto. Tuttavia, non si può dire che i figli di vedove fossero abitualmente definiti in riferimento alla madre e non al padre. Sicché anche questa spiegazione resta ipotetica.
In secondo luogo si deve sottolineare la presenza di fratelli e sorelle di Gesù (attestata anche nel testo parallelo di Mt 13,55-56). Il termine greco àdelfòs indica normalmente un fratello di sangue, però nell'Antico Testamento greco questo vocabolo, riflettendo un uso linguistico ebraico, può indicare un rapporto più ampio di consanguineità, dunque dei parenti, dei cugini, non necessariamente dei fratelli di sangue. Tra l'altro, lo stesso Marco definisce Filippo «fratello» àdelfòs) di Erode, che in realtà era suo fratellastro (Mc 6,17-18). Il problema della qualità e del grado di questo rapporto di parentela con Gesù è nato quando la tradizione ecclesiastica successiva ha iniziato a parlare di verginità continuata di Maria, ma questo problema non si può trovare sollevato in modo diretto dai pochi dati del Nuovo Testamento. In ogni caso, Marco parla di una «Maria, madre di Giacomo il minore [o «il piccolo"] e di Joses» (Mc 15,40), quindi di «Maria [madre] di Joses» (Mc 15,47) e di «Maria [madre] di Giacomo» (Mc 16, 1), queste ultime essendo forse dizioni abbreviate che si riferiscono alla medesima persona, cioè la madre di Giacomo e Joses. Se Giacomo e Joses sono da identificare con due dei fratelli di Gesù (Mc 6,3), è assai probabile che la loro madre sia un'altra Maria, da distinguersi dalla madre di Gesù: infatti risulta poco verosimile che Marco chiamasse la madre di Gesù (che altrove definisce «sua madre»: Mc 3,31) come madre di Joses e Giacomo e non di Gesù stesso, proprio in un momento narrativamente drammatico e teologicamente culminante come la crocifissione (Mc 15,40). Per quanto su questioni simili prudenza e sobrietà siano d'obbligo, pare probabile che i «fratelli» di Gesù siano dei cugini, dei parenti di altro grado, ma non fratelli uterini.

Enzo Bianchi


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