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Fiumi d'acqua viva... di p. Roberto Zambolin
Lo Spirito Santo forza per amare
Solennità di Pentecoste anno C
(Atti 2,1-
Mi viene in mente questa acuta osservazione dell’allora Card. J. Ratzinger: "Il cristianesimo sarebbe morto nella culla se gli apostoli, per obbedire all'ordine di Cristo di evangelizzare tutto il mondo, si fossero subito riuniti in assemblea per elaborare dei sofisticati piani pastorali!". La forza della Chiesa non sono i progetti degli uomini, ma è il dono dello Spirito. E la storia lo testimonia: ogni volta che i credenti in Cristo, siano essi papi, vescovi o preti oppure semplici laici, singoli fedeli o coppie delle nostre parrocchie hanno aperto il cuore, con sincerità e docilità all’Amore di Dio, lasciandosi come riempire di tale amore in tutta la propria persona, sono divenuti “santi”. Perché lo spirito Santo, dono del risorto, ci viene dato per diventare “santi”, cioè per portare a compimento, per vivere in pienezza il dono della fede ricevuto nel Battesimo. Essere cristiani, significa intraprendere un cammino di santità con l’aiuto, la forza dello Spirito Santo. Per questo lo Spirito Santo è chiamato “Paraclito”: parola che letteralmente significa “colui che è vicino”, che ti assiste, che ti conduce, che ti indica la strada verso la santità. Diventare santi, significa far della nostra vita un capolavoro, come splendidi capolavori sono le sculture di Michelangelo: osservate e ammirate dal mondo intero. Con il dono della vita, noi siamo il marmo prezioso di Dio. Dio è l’artista; il modello, in riferimento al quale ci plasma è il suo Figlio Gesù Cristo; lo scalpello con il quale ci dà la forma, smussa gli spigoli, passa e ripassa, ora con dolcezza ora con forza, su questo marmo prezioso che siamo noi è lo Spirito Santo. Per questo preghiamo: “ Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è storto”(dalla sequenza della S. Messa del giorno di Pentecoste): Rendici docili,o Spirito, al lavoro delle tue mani, per diventare come Tu ci vuoi: un vero capolavoro di fede e di amore! Infatti, i frutti che caratterizzano e definiscono la persona docile allo Spirito sono ben elencati, nella lettera di Paolo ai Galati: “Il frutto dello Spirito è: amore, pace, gioia , magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”(Gal. 5,22) Sono tutte virtù che nulla hanno a che fare con la vita dissoluta, trasgressiva, roboante ma anche vuota e inutile, di quanti vivono secondo la carne. Diceva il Giusti: “Le teste vuote fan sempre del chiasso”. E anche il cuore, quando è vuoto e arido, viene riempito di chiasso…e ne scaturisce un cuore confuso, umiliato, stanco, non un cuore libero, sereno, gioioso di sacrificarsi per amore! Così pure i frutti dello Spirito nulla hanno a che fare con l’idolatria, la stregoneria, l’inimicizia, la discordia, la gelosia, i dissensi, le divisioni, le orge..(Gal.5,19): cose tutte con le quali spesso coloriamo (meglio, sporchiamo) la nostra povera quotidianità. Pentecoste impone ad ognuno di noi una domanda: sono un testimone dello Spirito o sono solo ripieno, come un tacchino, di spirito non propriamente santo? Il vero spirito si misura in termini di santità, lo spirito fasullo sa di ipocrisia, narcisismo, ripiegamento su se stessi e lascia dietro di sé una scia maleodorante come di persona in decomposizione, perché cresciuta forzatamente e malamente, maturata…nella immaturità delle opere della carne.(Gal. 5,18-