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Fiumi d'acqua viva... di p. Roberto Zambolin
La tentazione del potere
29° Domenica del Tempo Ordinario anno B
(Is. 53,2a.3a.10-
La tentazione del potere. Così potremmo riassumere il tema del brano evangelico di questa ventinovesima domenica. Marco riferisce un dialogo tra Gesù e i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni. Siamo ancora sulla strada verso Gerusalemme e, per la terza volta, Gesù confida ai discepoli il destino di morte che lo aspetta al termine del cammino. I due discepoli, per nulla toccati dalle tragiche parole del Maestro, si fanno avanti per chiedergli i primi posti accanto a lui quando instaurerà il Regno. Dopo la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo e la discussione su chi tra loro fosse il primo, probabilmente è cresciuto un clima di rivalità tra i discepoli; e questo forse spiega l’ambizione dei due fratelli nel rivendicare i primi posti. I due chiedono a Gesù: “Maestro, vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”(Mc. 10,35). La verità è che sono davvero distanti dal pensiero e dalle preoccupazioni di Gesù, e non riescono a sintonizzarsi con lui. Gesù, rivolto ai due, chiede: “Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”.(Mc. 10,38) E cerca di spiegarglielo usando due simboli: il calice e il battesimo, ben noti a chi come loro frequentavano le Sante Scritture. Ambedue i simboli sono interpretati da Gesù in rapporto alla sua morte. Il calice è il segno dell’ira di Dio, come scrive Isaia: “Alzati, Gerusalemme che hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira, la coppa che ti ha stordita” (Is 51,17); e Geremia dice: “Prendi dalla mia mano questa coppa colma del vino dell’ira, e fanne bere a tutti i popoli ai quali io ti mando” (Ger 25, 15). Per Gesù è una metafora con la quale indica che egli prende su di sé il giudizio di Dio per il male compiuto nel mondo, anche a costo della morte. La stessa cosa vale per il simbolo del battesimo: “Tutte le tue onde e i tuoi flutti si infrangono sopra di me” (Sl 42, 8). Le due immagini mostrano che il cammino di Gesù non è una brillante carriera verso il potere. Semmai è un continuo prendere su di sé il male degli uomini, come disse il Battista: “Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo”. I due discepoli probabilmente neppure ascoltano le parole del Maestro e tanto meno ne comprendono il senso. Ai due apostoli, come spesso anche a noi, non importa comprendere la Parola evangelica; quel che interessa è l’assicurazione del posto, è sentirsi maestri, non discepoli; voler essere i primi, tagliando fuori tutti, anche i compagni di strada, in questa corsa verso la centralità del proprio io. E’ lo stile di questo mondo, che tutti conosciamo molto bene poiché lo pratichiamo con frequenza. Per il Vangelo è vero l’esatto contrario: il discepolo resta sempre alla scuola del Maestro, rimane sempre uno che ascolta le parole evangeliche. Il discepolo di Gesù, anche se dovesse occupare posti di responsabilità, sia nella Chiesa che nella vita civile, resta sempre figlio del Signore, ossia discepolo che sta ai piedi di Gesù. Ecco perché Gesù raduna nuovamente i Dodici attorno a sé e li ammaestra: “Sapete che coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così”(Mc. 10,43-